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IO E MILES DAVIS. VITA E MUSICA DI UN GENIO
"La vita di Miles è stata anche devastata da un'ansia senza nome. Di quest'ansia Quincy Troupe, un poeta nero d'America, fa il racconto. Con Miles ha condiviso abbastanza tempo per conoscerlo, per verificarne gli incendi di collera, le telluriche agressività che altro non erano se non martorianti strategie masochistiche. Trope va oltre la leggenda e ci fa capire come quel volersi innocente, "bambino" a tutti i costi, fu per il trombettista una specie di scappatoia a una fatica più grande nel suo stare al mondo. "A volte era divertentissimo, altre volte maleducato da non credere. Un momento era umile e remissivo, e il momento dopo si trasformava nel bastardo più esasperante e odioso che uno abbia la sfortuna di incontrare". Il problema vero, cruciale, di Miles era il colore della sua pelle: "Non che odiasse il suo colore. No, questo no. Ma parlava spesso di come quel nero intenso suscitasse sempre commenti, buoni o cattivi che fossero". Si chiedeva: "Perché non accettano il mio colore per quello che è?". Insomma, Miles Davis temeva che la sua arte valesse soltanto per quel colore e non di per sé. Era spaventao dal razzismo latente e inconsapevole dei bianchi." (Enzo Siciliano - L'Espresso") .
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