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SONNY ROLLINS. LO ZEN E L'ARTE DELLA MANUTENZIONE DEL SAX
Svezzato ad Harlem dai grandi protagonisti del jazz moderno, Rollins è l'improvvisatore che più di ogni altro ha fatto del jazz un'etica, risolvendo l'equazione arte=vita. Indiscusso guru di una creatività sana, è il sommo sacerdote dell'estemporaneità. Le opere maggiori, i sofferti abbandoni, gli acclamati ritorni, nel percorso artistico dell'ultimo dei Grandi narrato da un illustre sassofonista italiano. «Amici e critici statunitensi mi fornirono una serie di articoli introvabili - ricorda -. Tra questi un' intervista dove Sonny affermava che, per esserci jazz, ci vogliono tre cose: un certo andazzo ritmico che noi chiamiamo swing, il senso del blues e il senso di quello che è venuto prima di noi, cioè la memoria storica. Esattamente il concetto al quale ero giunto anch' io per la mia strada. Scoprirlo fu estremamente gratificante. Rollins è stato prima di Coltrane ed è tornato ad essere, dagli anni Ottanta in poi, il punto di riferimento numero uno, illuminante, per i tenoristi. Fu il primo a reinterpretare in maniera drastica gli standards, arrivando a una dimensione improvvisativa funambolica, facendo capire come in realtà sia importante il come si suona e non quello che si suona. A un certo punto riprendeva le canzoncine di Broadway, che altri jazzisti snobbavano perché troppo sceme da un punto di vista tematico: così mostrava a tutti dove si può arrivare quando si è veramente creativi» (Maurizio Giammarco)
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